Microarea di Montebello

Tra le attività portate avanti dalla Fondazione Luchetta Ota D’Angelo Hrovatin ha un posto importante la Microarea di Montebello, tra le ultime istituite a Trieste, e quella anagraficamente più giovane.

Le Microaree nascono come sperimentazione dell’Azienda Sanitaria, per lavorare su territori piccoli e incidere sulle abitudini e gli stili di vita, puntando al fatto che salute non è solo salute, ma è anche lavoro, benessere, di habitat, socialità; hanno un territorio di 2500 abitanti; coinvolgono gli enti istituzionali – Ater, Comune e Azienda Sanitaria – le associazioni di volontariato e singoli cittadini. Sono oramai 15 anni che esistono.

La Microarea di Montebello è nata da un altro progetto tra Ass e Ater, il “Condominio solidale”, cui ha partecipato la Fondazione Luchetta, che ha permesso di alloggiare una famiglia bisognosa in cambio di ore di lavoro gratuito a favore dei servizi sociali.

Questo progetto è poi cresciuto, diventando una Microarea vera e propria, e la Fondazione Luchetta è diventata l’ente gestore, con a capo una nostra volontaria – Giuditta Lo Vullo – che da dirigente dell’azienda sanitaria ha seguito l’intero progetto sin dalla primissima idea.

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La comunità compresa nell’area delle case Ater di Montebello vanta una presenza di bambini e ragazzini è 3-4 volte superiore alla media della città: 160 ragazzini e solo 48 persone anziane. Nutrita la presenza anche di famiglie straniere di varia origine, coinvolte anch’esse nei programmi di costruzione della convivenza e reciprocità solidale, proposti da associazioni, cooperative ed enti che operano nella Microarea.

Il Murales

Mattia Campo dall'Orto

“What if I lose everything? What if I lose everyone?” è il titolo del murales dedicato ai migranti, tema da sempre attuale a Trieste

“Che succederebbe se perdessi tutto? Che succederebbe se perdessi tutti?”, il significato del nome scelto dall’autore, Mattia Campo dall’Orto, goriziano e street artist di fama internazionale, che ha consegnato l’opera alla Microarea di Montebello, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato 2015.

Opera di grande impatto visivo e di indubbio valore estetico, che però non vuole essere un “pugno nell’occhio” quanto un “pugno nello stomaco”, perché chiede di mettersi nei panni dei migranti.

“Così ho cercato di rappresentare la disgregazione delle comunità originarie delle persone costrette alla fuga dalla guerra, dalla violenza e dalla miseria — ha spiegato dell’Orto — che però si colloca su un condominio, che rappresenta la speranza dell’aggregazione di una comunità”.